In Società Geografica il restauro incontra l’Oriente

In occasione della mostra “Il Fondo orientale della Società Geografica Italiana, un patrimonio da conoscere, conservare e valorizzare” il restauro ha permesso di esporre un documento seicentesco ottomano e due volumi giapponesi di inzio Ottocento, che versavano in cattive condizioni di conservazione.

Il Vocabolario dell’idioma degli Ainu, indigeni dell’Isola di Hokkaido, e il Firmano ottomano sono un assaggio del vasto patrimonio custodito dalla Società Geografica Italiana in Palazzetto Mattei, testimonianze di culture lontane nel tempo e nello spazio, che ci restituiscono uno stile e un gusto tipici e rappresentativi dell’identità di un popolo e delle epoche passate.

Il Firmano ottomano, anno dell’Egira 1039 (1629 d. C.)

Il Firmano è espressione dell’Impero ottomano e del suo sultano, con gli elementi decorativi in oro e pigmenti, la raffinata calligrafia araba, il supporto in carta vergata, forse importata da Occidente. I due volumi del Vocabolario degli Ainu, legati da un filo di seta che attraversa le coperte indaco e tutte le sottili carte ripiegate a tasca, sono esempi dell’arte libraria giapponese.

Il Vocabolario degli Ainu, indigeni dell’Isola di Ezo (attuale Hokkaido), 1804

L’occasione di una mostra incontra spesso il problema di dover affrontare il restauro di alcuni dei beni che si vogliono esporre. L’esposizione, infatti, può costituire uno stress per i manufatti, soprattutto se in stato di conservazione precario. In questi casi il restauro si impone, dunque, come un passo obbligato e permette di restituire a questi meravigliosi oggetti tutta la loro dignità e la loro funzionalità.

Un racconto a colori

Se mai vi capiterà di passare per Chefchaouen in primavera, risalendo i piccoli vicoli dalla piazza di ingresso alla medina potreste avere la fortuna di incontrare Ahmed Erribhe, giovane marocchino di professione pittore.

Ahmed Erribhe, professione pittore
La postazione lungo il vicolo

Non potrete non notarlo con il suo cappello di paglia a tesa larga, i suoi quadri che campeggiano sulle pareti esterne delle case e delle botteghe. La sua postazione lungo la strada stretta è studiata per ottimizzarne lo spazio e permettere il passaggio a pedoni, asini stracarichi e rari e minuti veicoli a motore. Un cavalletto su cui realizza le sue opere, uno sgabello, un tavolino arredato con una tovaglia e un vaso di fiori, il taccuino con alcune bozze di disegno, in mano la tavolozza e una serie di pennelli, tutto sembra collocato al posto giusto nel rispetto di un’estetica raffinata, frutto di una spiccata sensibilità artistica e di un carattere ordinato e attento ai dettagli.

I suoi dipinti raffigurano scene di vita che si svolgono in strade e piazze di piccole città del Marocco. Ahmed trae ispirazione per i suoi soggetti da fotografie storiche che trova in giro o su internet grazie ad un tablet che porta sempre con sé. Le sue tinte ricordano quelle degli artisti espressionisti di inizio Novecento, figure dai tratti poco definiti in un concerto di colori vivaci che ben si sposano con le tonalità del blu dei vicoli per cui è nota Chefchaouen.

La ricerca sul web di fotografie storiche del Marocco

Ahmed Erribhe, 36 anni, è originario della città di Larache. Lì ha vissuto con la famiglia fino all’adolescenza appassionandosi all’arte fin da giovanissimo, imparando da autodidatta prima dai libri e poi anche dalla televisione: “Una volta alla settimana aspettavo di seguire una nuova lezione di pittura”, racconta, “Ricordo che un uomo dell’Europa dell’Est, forse un polacco, spiegava le diverse tecniche di stesura del colore, completando un’opera ad ogni lezione di un’ora. Era molto utile e interessante. Ho imparato molto guardando quel canale tutte le settimane per diverso tempo”.

Ahmed trascorre la maggior parte dell’anno tra la sua città natale e la Spagna, a Barcellona, dove vivono le sue sorelle maggiori con le loro famiglie. Il legame con loro è forte, soprattutto da quando sono venuti a mancare i genitori. Nel suo iPad porta sempre con sé qualche foto dei nipoti che mostra entusiasta.

A Barcellona Ahmed ha vissuto a lungo. È da lì che provengono i colori ad olio, gli acrilici, i pennelli e il lino delle sue tele; lì ha acquistato anche qualche camicia e t-shirt dal sapore occidentale che veste sotto il djellaba o sotto il caftano. “Un look tutto mio”, afferma sorridendo. Un look che conferma la storia della sua vita, a metà tra Africa ed Europa.

Ahmed intento a dipingere

Si trattiene a Chefchaouen più o meno tre mesi l’anno, in primavera, quando il clima si addolcisce ed è possibile spendere l’intera giornata all’aperto, lontani dalle temperature invernali che spesso portano la neve a imbiancare le alture della regione. Come un forestiero, alloggia in un piccolo alberghetto alle porte della medina. Tutti in città lo conoscono, ma con un po’ di disappunto spiega che in molti diffidano di lui: “Mi intrattengo con i turisti, ho modi di fare europei e sono curioso”. Sostiene che sia “una forma di ignoranza” la loro, non condivide la chiusura della maggior parte della gente e per questo pensa che tanti lo tengano a distanza. Eppure Ahmed ha tanti amici nelle strade, quando cammina o si siede a dipingere non fa che interrompersi e stringere mani – “Salam aleikum”, “Wa aleikum as-salam”, dal venditore ambulante di libri che gli consiglia la prossima lettura, al contadino sceso dalla montagna con un carico di aromi e di spezie, dal negoziante brontolone che, anche quando nutre per lui un affetto sincero, protesta nel trovare appesi i suoi quadri sulla porta chiusa della sua bottega, al proprietario del caffè dove si rifornisce di acqua per il tè da offrire nella più religiosa osservanza della tradizione araba all’ospite che si fermi a scambiare con lui quattro chiacchiere.

Elyas e Yassen
Ahmed e il suo amico Mohammed

Amici fidati sono Elyas e Yassen, due bambini di qui di cui si prende cura mentre il loro padre è a lavoro. Insegna loro l’arte del disegno e l’uso dei colori. Uno dei due si appassiona alla mia macchina fotografica e mostra subito una buona predisposizione, l’altro sembra amare di più il disegno e si cimenta con matita e carboncino seduto su un gradino nel vicolo. Ahmed li lascia diligenti e silenziosi a guardia della sua postazione quando si allontana per il pranzo o per andare a pregare alla moschea dietro l’angolo.

Ma il suo allievo più solerte è l’amico Mohammed. Passa a trovare spesso Ahmed per dipingere sotto la sua guida esperta. Ha da poco realizzato una piccola opera che indica con orgoglio, e i suoi occhi si illuminano sotto gli scuri occhiali da sole dall’eccentrica montatura gialla. È appassionato di musica e trova irresistibile il richiamo dell’iPad di Ahmed, che glielo presta per ascoltare un po’ di rock britannico anni ‘70.

Tè e ospitalità

Così si consuma il giorno di Ahmed a Chefchaouen. Tra i caldi colori delle terre sopra la sua tavolozza, il rosso e l’arancio e le infinite tonalità di blu, dall’indaco al turchese. Tra una pennellata, la lettura di qualche pagina di un libro, una preghiera e una tazza di tè. In compagnia di qualche ospite amico, con il sottofondo inaspettato delle note dei Dire Straits.

Racconti dal mio viaggio in Marocco, maggio 2015